• Shakespeare sul tavolo anatomico. Il Tito Andronico di Heiner Müller

    Vertiginoso. È forse l’aggettivo che meglio può prestarsi a descrivere l’arduo Anatomia Tito Fall of Rome Un commento shakespeariano di Heiner Müller. Vertiginoso e sconcertante già a partire dal lungo titolo, che si apre sulla strana parola di anatomia – nel corso dell’opera dispiegherà tutta la sua ambiguità. E dove si incontrano, come sopraggiungendo da strade casualmente convergenti, il richiamo a una tragedia di Shakespeare, il giovanile Tito Andronico, e una apocrifa collocazione storica, la caduta di Roma sotto la spinta di invasioni barbariche da leggersi come l’irrompere dell’altro nella modernità. Con il corollario di quel “commento” che scorrendo le pagine balza graficamente agli occhi per essere posto tutto in lettere maiuscole e senza segni di interpunzione, lasciando il dubbio che coincida con l’intero lavoro. Per meglio dire: che questa “traduzione” shakespeariana, a suo modo destinata alla scena, contenga anche il suo commento. O che l’idea stessa di una “traduzione” non possa che essere commento, per un autore che della riscrittura ha fatto la propria arte.

    Quando prende a scrivere Anatomia Tito, a metà degli anni ottanta dell’altro secolo, Müller è una personalità affermata non solo della scena tedesca. Rappresentato su tutti i palcoscenici internazionali e avviato a tardivi riconoscimenti anche da parte del burocratico regime tedesco orientale, pur sospettosissimo in fatto di glasnost e perestroika. Erede e continuatore di Brecht, in maniera dichiarata, non aveva mai mostrato ripensamenti nella scelta in favore della “repubblica degli operai e dei contadini”. Si era garantito il privilegio di stare con un piede di qua e uno di là dal muro, come diceva di sé. E infatti lo si era incontrato a Venezia, alla Biennale teatro del 1984, a presenziare a un dibattito su “come interpretare Heiner Müller”, mentre su una scena disseminata di lattine Manfred Karge e Matthias Langhoff presentavano il suo Riva abbandonata Materiali per Medea Paesaggio con Argonauti con una impressionante Kirsten Dene. Altro titolo vertiginoso per un’altra riscrittura, questa volta del mito greco, che preconizzava la fine dello sviluppo (più di trent’anni fa!).

    C’è di mezzo il paradosso dichiarato che per scrivere una dittatura è più stimolante di una democrazia. Shakespeare sarebbe impensabile in una democrazia, dirà in Guerra senza battaglia, autobiografia in forma di intervista uscita agli inizi degli anni novanta, quando già quel mondo era andato in frantumi. E se ne apparecchiava una mediatica Ostalgie.

    Intanto è ancora per Karge e Langhoff che Müller mette mano al rimaneggiamento del Tito Andronico, duplice “tragedia di vendetta” passata probabilmente per altre mani prima di finire in quelle di Shakespeare. E l’idea del tavolo anatomico ben s’addice a uno smembramento del testo che rispecchia le mutilazioni che si infliggono i protagonisti della tragedia, per poi ricomporlo poi in una serie di scene non troppo lontane all’originale. Dove però si insinua a forza il commento. Come una sospensione, simile al gesto che si arresta nell’aria dell’attore orientale, per restare alla metafora teatrale. Non bisogna farsi trarre in inganno dalle trappole disseminate dall’autore, le false piste che portano a chioschi di würstel e tende della birra come in una qualsiasi Oktoberfest, a stadi di calcio e cingoli dei carri armati (semmai c’è da prestare attenzione alle lamiere ondulate delle periferie di questa Roma universale, “puttana delle multinazionali”). Non è questa la sua contemporaneità, ciò che ancora ce lo rende vicino. Piuttosto l’aver fatto della sua scrittura una spia della lacerazione del mondo contemporaneo.

     

    Heiner Müller, Anatomia Tito Fall of Rome Un commento shakespeariano, traduzione e cura di Francesco Fiorentino, L’Orma, Roma 2017.

     

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