• Lo spirito femminile della danza, alla Biennale veneziana

    Quanto tempo è passato. Eppure lo ricordiamo bene quel May B che trent’anni e passa fa ci fece scoprire il talento di Maguy Marin. La sequenza iniziale dello spettacolo, quel gruppo di cadaveriche figure imbiancate che avanzava tremante e ansimante, strisciando i piedi sul palco, per poi prendere faticosamente un’effimera vita, resta uno dei pezzi di teatro a cui siamo più affezionati. Sicché in quegli anni e anche dopo si Rid-c.David Herrero DSC_0439frequentarono con curiosità le creazioni dell’alleva di Béjart, che la diversa committenza rendeva spesso diseguali, ma che sembravano riportare un po’ tutti al tema della perdita dell’innocenza, da Babel Babel a Hymen, dal favolistico Cendrillon al mitico Eden che celavano i lineamenti dei danzatori sotto maschere gommose. Una carriera fatta anche di battaglie che il festival della Biennale danza, diretta ancora per questa edizione da Virgilio Sieni, ha premiato con il Leone d’oro. Ed è significativo che l’artista francese abbia voluto farsi rappresentare da un ‘pezzo staccato’ di uno di quei suoi lontani lavori, l’abbraccio passionale e presago dell’abbandono in cui si intrecciano i corpi dei due protagonisti di Eden, lei che gli si butta addosso, lui che la fa scivolare su di sé.

    Andando oltre Maguy Marin, il tratto più evidente che si coglie nel programma del festival è una dominante femminile che in artiste quali Nacera Belaza e Shobana Jeyasingh si colora anche di una mescolanza di origini e culture, di un meticciato che non soltanto per la danza può voler dire anche arricchimento. Algerina di Francia, Nacera Belaza è di casa da svariati anni anche sui nostri palcoscenici. A Venezia si è presentata con due lavori, La traversée e Sur le fil, che visti in sequenza potrebbero facilmente apparire come parti di una medesima creazione. Ad accomunarli è già l’oscurità in cui sono immersi e in cui le tre interpreti, a malapena visibili, si muovono in un incessante moto circolare che assorbe i passi della danza. C’è come un doppio movimento che ha qualcosa di cosmico, come se quelle rotazioni del busto che fanno parte del linguaggio coreografico dell’artista, che ricordiamo ben piantate in terra in Le cri, fossero trascinate in un inesausto moto di rivoluzione attorno a un sole lontano. A fare da perno, da centro di gravità, è infatti una piccola zona luminosa circolare disegnata al suolo. Lentamente il cerchio luminoso si allarga, per poi tornare a contrarsi, più volte, in una sorta di ritmica pulsazione, mentre su una parete di lato si proiettano le immagini di un riflesso d’acqua che accompagna ondeggiante il minimalismo ripetitivo della musica. L’effetto è ipnotico, porta la mente a scivolare altrove. Però alla fine qualcosa ci è entrato dentro; di quel sentimento di sparizione si fatica a liberarsi.

    Ci si rinfranca, così sembra, passando di lì a poco nello spazio attiguo dell’Arsenale dove Emanuel Gat presenta il suo Sunny, come l’hit anni sessanta della ventenne Cher che infatti risuona a un certo punto della serata in mezzo alle musiche create in scena dal polistrumentista Awir Leon. Qui, su un luminosissimo piano bianco, appare dapprima una figura mascherata, un uomo-pecora che pare uscito dai primi romanzi di Murakami. Poi a flussi, avanti e indietro da un’apertura ritagliata nel fondale, entrano ed escono i numerosi componenti dell’ensemble, tutti assai giovani. Tutti in costume da bagno, su cui indosseranno magliette colorate per poi svestirsene di nuovo a ripetizione, per finire in maschera il loro ballo collettivo. Piacevole forse, per chi di piacevolezza è in cerca.

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    Molti applausi anche per Outlander, la coreografia che Shobana Jeyasingh ha creato specificamente per il Cenacolo palladiano dell’ex monastero benedettino di San Giorgio Maggiore, ora sede della Fondazione Giorgio Cini. È la sala in cui Paolo Veronese dipinse la grande tela delle Nozze di Cana, campeggiante sul fondo in una copia identica (l’originale si trova al Louvre). Shobana Jeyasingh è nata in India ma vanta radici anche in Sri Lanka e Malesia e vive a Londra da parecchio tempo, è insomma un buon esempio di quell’intreccio di culture che ha reso vitale fin qui la capitale britannica. E che riemerge anche nei passi dei tre interpreti che a turno si percorrono da un capo all’altro la pedana che taglia per lungo lo spazio del Cenacolo, sotto una fila di lampadine, con gli spettatori seduti sui due lati, là dove più o meno all’epoca dovevano stare i monaci. C’è in effetti la memoria delle danze classiche dell’India nella postura e nei gesti delle due danzatrici che si succedono su quel palco, un certo modo di muovere le mani e battere i piedi scalzi, però coniugata con una danza molto fisica, evidenziata dai vestitini corti che si aprono e si sollevano a ogni passo. A cui il terzo interprete che sopraggiunge, un danzatore vestito con un gonnellino etnico, fornisce un surplus di energia un po’ fine a se stessa. La perfezione del gesto non emoziona, forse non vuole farlo; e l’erotismo privo di eros che pure pare cercato, in quella vicinanza che si stabilisce con lo spettatore, non racconta un altro da sé.

    Il dilagare del festival nella città ha permesso di percorrere anche luoghi solitamente non frequentati, come il bellissimo palazzo Pisani che se ne sta appartato a un passo dal ponte dell’Accademia. Bisogna salire fino in cima lungo una scala monumentale per arrivare alla sala dalle grandi finestre affacciate sui tetti di Venezia dove le sei partecipanti al workshop di Sandy Williams si sono misurate in My walking is my dance. Camminano infatti, lungo linee parallele, ognuna ha la sua, seguendo il ritmo segnato da un metronomo. Poi quel camminare un poco alla volta si scompone, diventa sempre più danzato, parte anche una musica barocca a renderlo più coreografico. Di una semplicità affascinante, nel mostrarci la nascita della danza.

    Siamo nella sezione del festival denominato College, brevi performance (mediamente una ventina di minuti) che nascono al termine di altrettanto brevi laboratori, pochi giorni che certamente non possono aspirare ad essere ‘formativi’ ma che hanno fra l’altro il merito di operare una sorta di disseminazione dell’esperienza della danza. E piace che vi sia prestata una parte consistente dei protagonisti del festival, a partire da Nacera Belaza che ha tradotto quel suo mondo segreto per un gruppo più numeroso di interpreti, rigorosamente femminile come quello atletico e colorato schierato da Adriana Borriello o quell’altro portato da Claudia Castellucci a muoversi all’aperto fra i passanti nei campi veneziani, per arrivare ai “salti collettivi” inscenati da Isabelle Schad, della quale si deve ancora parlare…

    Sandy Williams esce dalla scuola di Anne Teresa De Keersmaeker, al pari del brasiliano Gabriel Schenker autore e interprete di un breve assolo su un brano di musica elettronica. E la coreografa fiamminga, già premiata l’anno scorso, è ritornata a Venezia con quel Vortex temporum realizzato insieme all’ensemble Ictus che si era visto l’autunno scorso a Romaeuropa. La sfrontata ragazza che avevamo conosciuto e amato tanti anni fa, quando con le sue compagne Rosas ‘danzavano Rosas’, cioè se stesse, ha lasciato il posto a figura austera, dall’aura quasi spirituale; le sue creazioni hanno ormai il respiro della classicità e tutto ormai ne fa la maestra di una nuova generazione.

    Foto: Laurent Goldring

    Foto: Laurent Goldring

    La felice sorpresa del festival non viene però da quella scuola, anche se Isabelle Schad è passata per la compagnia fiamminga di Wim Vandekeybus prima di stabilirsi a Berlino. Tedesca, quarantenne, da qualche tempo lavora insieme al francese Laurent Goldring al progetto di cui Der Bau rappresenta l’esito compiuto, ma forse provvisorio (ne hanno realizzato anche una versione per un ampio gruppo di danzatori). La costruzione cui allude il titolo è piuttosto una tana, qualcosa in cui entrare e uscire come un animale ma che può essere assunto come metafora del corpo in rapporto con lo spazio esterno, assoluto protagonista del lavoro. Se ne sta piegata in avanti, la performer, le mani sulle ginocchia, mentre il busto si muove leggermente su e giù. Nuda, sotto un basso cielo luminoso che copre in maniera uniforme tutto il palco, eliminando le ombre. Un dipinto di Bacon, vien da pensare, con quei corpi attorcigliati che si inscrivono in una cornice circolare. E anche qui in effetti quel corpo che un poco alla volta prende movimento sembra stare lì per rendersi conto dello spazio che lo circonda. Un corpo che possiede una sorta di oggettività, che non allude altro che a se stesso, privo di seduzioni erotiche (e però che verità contiene in confronto alla nudità fittizia dei danzatori del Duo d’Eden). Amplificato dal lungo telo nero che ha preso a maneggiare. Ci si avvolge, lo fa ondeggiare davanti a sé in onde che si propagano, ne fa una matassa da cui emerge solo il volto, lo stende al suolo per prenderne un altro e un altro ancora, di colori più chiari. Una tempesta perfetta.

     

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